Sabato 14 Marzo si è svolto presso la sala eventi della libreria Feltrinelli a Milano il primo Cowo Share organizzato da Cowo, rete di coworking sparsi in tutta Italia.

L’evento aveva come finalità la chiusura partecipata della ricerca 2015 sui Coworking Manager (coloro che aprono e gestiscono lo spazio) e co-progettare la ricerca del 2016 sull’impatto dei coworking in Italia tenute da Ivana Pais e Silvia Ivaldi (Università Cattolica di Milano).

Dai dati della ricerca 2015 sono stati identificati 8 tipologie di coworking che attivano intorno a loro 2 principali community.

La prima è una community interna, creata facendo leva sulle persone che gestiscono e popolano lo spazio. La seconda è una community rivolta verso l’esterno, che prende in considerazione realtà che si legano ad un coworking avviando diversi tipi di collaborazioni (PA, Associazioni di categoria, enti di formazione, associazioni culturali, etc.).

Le 8 categorie si suddividono in:

  • Business: Non inteso come l’affitto di postazioni ma la possibilità di creare situazioni di lavoro tra i coworkers che frequentano lo spazio. Favorire quindi la collaborazione su progetti differenti.
  • Franchise: Chi intende il coworking come business puro pensando alla possibilità di aprirne altri successivamente. La community è attenta all’aspetto professionale delle persone che la popolano e sia il Manager che gli inquilini preferiscono professionalità simili o inerenti alla loro.
  • Network: Lo spazio diventa un luogo per creare reti sia interne che esterne ed è stimolato costantemente da chi lo dirige per migliorare ed aumentare situazioni di collaborazione.
  • Incubator: Aiuta le persone/aziende/startup a sviluppare e portare avanti le proprie idee di business e progetti professionali. Spesso riescono ad attingere a varie tipologie di bandi e forniscono sessioni di Coaching e Mentoring.
  • Welfare: Nasce da un bisogno sociale comune che sviluppa di conseguenza una community omogenea. Lo spazio diventa solamente un mezzo per poter migliorare la vita delle persone che lo popolano. Ad esempio la necessità di genitori che non vogliono/riescono a separarsi dai figli viene sopperita da coworking con nursery interne e servizio di baby sitter.
  • Fast: C’è un ricircolo di coworker molto veloce. Attira soprattutto persone di passaggio e la formula più gettonata è quella dei carnet ad ore. La community viene quasi a meno in quanto non si ha a disposizione il tempo per coltivarla. Tuttavia l’organizzazione di eventi contribuisce a far ritrovare persone che hanno gli stessi interessi o necessità.
  • Vision: E’ una tipologia di collaborazione molto idealista. Ha come volano principale la promozione di un nuovo stile di vita e culturale. La community in questo caso è molto forte grazie alle relazioni, i contatti e gli stimoli continui a cui è sottoposta. Lo spazio diventa solamente un mezzo ma in realtà potrebbe addirittura non esistere (qualcuno ha detto Hurricane Start?). Secondo lo studio è quello più raro e difficile da mantenere perché la community sente un responsabilità pressante su quello che sta cercando di portare avanti.
  • Sharing: Utilizza lo spazio per condividere progetti già esistenti e in via di sviluppo con altri professionisti che lo popolano. Permette di avere una capacità di trattativa più forte e di potersi proporre a diversi clienti che da soli non si sarebbero potuti raggiungere.

Queste 8 categorie hanno caratteristiche differenti, ma è interessante notare come è difficile definire un coworking solamente in una. In realtà troviamo molto spesso degli ibridi sbilanciati soprattutto su argomenti di impatto sociale o sostenibilità economica.

Ognuno intende il coworking in maniera diversa secondo il proprio parere personale (e trovo giusto sia così) e lo stesso accade di conseguenza nel campo dell’innovazione. Troviamo quindi che alcune tipologie offrono percorsi strutturati per portare innovazione verso gli inquilini, altri si limitano alla contaminazione di base facendo conoscere diverse realtà professionali.

La percentuale di innovazione (o la sua efficacia) prendono piede in maniera diversa anche in base alla posizione fisica dello spazio. Storicamente l’innovazione più radicale prende piede in spazi posti in luoghi di periferia, piccole città e comuni grazie al fatto che si è in competizione con territori più grandi e strutturati.

Per questo motivo è necessario costruire coworking legati al territorio e alle persone che lo vivono.

Il comune di Veglio di appena 591 abitanti, nella persona del sindaco ha attivato uno spazio di coworking per evitare la fuga di persone nelle città vicine come Torino. Da quando è attivo sono state aperte 3 partite iva. Un dato importante considerando un numero così ristretto di abitanti.

Da qui nasce spontanea una domanda:

Le amministrazioni pubbliche devono aprire spazi di coworking o sostenere le imprese private?

La verità come al solito sta nel mezzo. Secondo Ivana Pais che ha diretto la ricerca, ben vengano casi come il Comune di Veglio dove amministrazioni comunali sopperiscono alla mancanza per valorizzare il territorio.

Ma nella maggior parte dei casi le PA che aprono spazi di coworking (solitamente a prezzi inferiori grazie al fatto che l’immobile è già di proprietà del comune) dove sono già presenti spazi privati contribuiscono ad aumentare la competitività e a peggiorare la situazione.

Dalle amministrazioni ci si aspetta che contribuiscano a valorizzare e sostenere i coworking non solo tramite aiuti monetari ma con azioni di collaborazione virtuose per favorire una nuova cultura d’impresa.